Federico Buffa – Mise en scène di una storia: passione e gioco di squadra, gli ingredienti perfetti

Federico Buffa – Mise en scène di una storia: passione e gioco di squadra, gli ingredienti perfetti

Sport e storie: un connubio imprescindibile

Per diventare un buon storyteller è necessario trovarsi uno stile originale e bisogna raccontare nello stesso modo in cui si vorrebbe ascoltare una storia. Prima della costruzione del racconto, è indispensabile empatia per pubblico di quella storia. Questi alcuni dei pensieri di Federico Buffa, giornalista e telecronista sportivo, che ripercorre con noi le tappe del percorso che lo hanno portato ad unire la passione per lo sport con lo storytelling.

Come l’interesse per la sociologia nel lontano 1978 si sposava con lo sport?
Io sono un ragazzo cresciuto negli anni ‘70 e la sociologia allora era in primo piano per il nuovo modo di guardare il mondo. Quindi, quando ebbi l’opportunità di andare a studiare per una sessione estiva all’Università di Los Angeles, chiesi a mio padre di iscrivermi ad un corso di sociologia. E quando dissi a casa che volevo studiare sociologia mia madre mi sottrasse la carne che avevo sul tavolo e mi sbattè due uova dicendo che dovevo abituarmi a mangiare anche l’uovo, un episodio che non dimenticherò mai. Lo sport arriva assieme poiché ne sono particolarmente attratto.

Da tele/radio cronista a storyteller, come hai capito che le storie potevano far parte del tuo lavoro?
Assolutamente, non ho mai pensato che potessero far parte del mio lavoro, è stato casuale. Ho sempre pensato di fare il telecronista fino a quel giorno alle Olimpiadi di Londra 2012 in cui si disputava una finale molto importante – forse una delle partite più belle degli ultimi tempi – e, dato che Sky aveva i diritti per la messa in onda, ho pensato che sarei stato chiamato a commentarla, invece mi sbagliavo. Così ho iniziato a pensare di andare a lavorare in Giappone, allora avevo la fidanzata giapponese. Invece, proprio quell’estate, Sky estese il mio contratto di un altro anno per parlare di NBA e nel contempo mi chiese di provare a raccontare le piccole storie di basket americano, visto che durante le partite non c’era mai tempo per farlo. Così nacque NBA dei vostri padri, che piacque a Federico Ferri, uno dei caporedattori del calcio che mi chiese di fare una cosa comparabile per questo sport, io accettai per una sola puntata e raccontai Maradona. Nonostante Ferri mi avesse chiesto di continuare ritornai a raccontare le mie storie di basket non immaginando che, solo un anno dopo, quello sarebbe diventato il mio incarico su Sky. Ferri infine mi fece partecipare ai mondiali del Brasile per raccontare il calcio, e rinacque Storie mondiali. Storie che avevo già raccontato per la radio svizzera italiana riviste alla luce del nuovo canale. È stata la base di tutte le cose che ho fatto dopo.

Lo storytelling nello sport: Italo Calvino e Pier Paolo Pasolini sono stati presi a prestito per raccontare, rispettivamente nel 1952 Le Olimpiadi di Helsinki e nel 1960 quelle di Roma. Più che fare i cronisti si sono messi a descrivere quello c’era oltre gli atleti, dietro il risultato. Quanto è rimasto di quel modo di narrare nelle tue storie?
Quello che mi piace leggere degli autori degli anni ‘60 è la capacità di aggettivare le storie, caratteristica persa ai giorni nostri dove, più la dittatura dell’immagine domina, meno la parola ha una sua parte evocativa. Questo, più che un problema di Calvino e Pasolini, è un problema della letteratura che, infatti, ha una rotondità diversa, molto più estesa, perché non è stata ancora attaccata dalle locuzioni contemporanee. Oggi invece, il linguaggio è molto più scarno e asciutto.

Secondo Aldo Grasso, lei è un narratore straordinario, “capace di fare vera cultura, cioè di stabilire collegamenti, creare connessioni, aprire digressioni in possesso di uno stile avvolgente ed evocativo”: serve il talento oppure una preparazione adeguata per questo mestiere?
Definizione molto lusinghiera nei miei confronti, io penso che serva lavorare per quello che si fa, ovvero, devi raccontare una storia che ti piacerebbe che qualcuno ti raccontasse. Se veramente interessato, ti innamori del personaggio e a questo punto ti permetti di uscire ogni tanto di qualche riga, perché sai che ci puoi tornare indietro per disegnare i contorni della sua storia. Non credo sia un talento, credo sia un modo di amare qualcuno e cercare di trasmettere l’ammirazione che si prova per lui agli altri.

Le olimpiadi di Berlino del 1936 è lo spettacolo che sta portando in giro per l’Italia, come nasce l’idea di andare in teatro?
Questa coppia, Emilio Russo, direttore artistico del teatro Menotti di Milano, e Caterina Spadaro, attrice e regista, mi hanno fatto la proposta di fare il grande salto. Alla quale io risposi di non sentirmi così sicuro di potercela fare ma che sarebbe stato per me un sogno. Sono i registi dello spettacolo. Caterina mi ha aiutato formando la mia parte attoriale: come stare sul palco, le luci, la voce, insomma un vero addestramento a stare in teatro.

Una scelta coraggiosa che implica l’arte della recitazione e regole comunicative molto diverse da quelle televisive. L’impatto diretto con un pubblico che sa essere anche poco clemente dal vivo. Come si è preparato a questo passaggio? E quali sono gli elementi scenici che ha dovuto mettere nel suo spettacolo per renderlo fruibile a questo tipo di pubblico?
Caterina ha detto proprio questo, che sono stato coraggioso. Tutta la parte di come rendere fruibile lo spettacolo al pubblico è stata curata da Emilio. Lui ha pensato ad uno spettacolo con due registri: uno teatrale in senso stretto, dove io sono un personaggio realmente esistito, e un secondo registro narrativo dove io sono un contemporaneo che vede le cose e conosce gli eventi delle persone e sa soprattutto come sono finiti. Tutto questo senza cambiarmi d’abito, con la gestualità e il cambio dello spazio faccio capire al pubblico che non interpreto più il personaggio che sto impersonando ma un personaggio fuori campo che narra la storia.

Quali sono i consigli che darebbe a chi intende fare storytelling nel mondo sportivo?
Di adottare uno stile originale. Perché credo che ognuno possa trovare un modo diverso di interpretare, se quello è l’obiettivo. A me, per esempio, piace aggiungere una parte in cui immagino cosa succedeva realmente in quella scena e lo faccio con un’incursione del linguaggio tipico del momento. Proprio per non essere meramente un narratore staccato dalla storia. In ogni caso è un gioco di squadra il nostro, anche se sono io che sono sul palco tutto il tempo. È un gruppo che ha voglia di stare insieme e questo crea molta armonia. Questo è uno degli ingredienti che fanno di un progetto la sua riuscita.

Progetti futuri?
Questo spettacolo è andato oltre ogni ragionevole aspettativa, da sole tre repliche siamo arrivati a 126 con più di 60 mila persone presenti. Il 31 marzo è stata l’ultima replica e dopo ci inventeremo qualcosa di nuovo. Anche se ci sono delle idee che hanno bisogno di essere supportate anche da impresari teatrali convinti.

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