IOT ITALY – APRIRE LA MENTE PER RIPENSARE IL PRODOTTO

IOT ITALY – APRIRE LA MENTE PER RIPENSARE IL PRODOTTO

Alessandro Bassi, esperto in Internet of Things e membro di IoT Italy ci spiega perchè

Gli oggetti connessi permetteranno un radicale cambiamento da due punti di vista: oggetti completamente nuovi, che potranno basarsi su recenti modelli di business, e oggetti più tradizionali, che potranno essere concepiti e realizzati in maniera del tutto innovativa. La sopravvivenza dell’esistente può sussistere in alcuni casi solo “cambiandolo in meglio” e il nuovo va ripensato, non più solo nell’ottica della produzione, ma anche della monetizzazione all’uso che ne può derivare.

Facciamo il punto sull’IoT: quali sono le tappe principali che ha vissuto da quando ha iniziato a farsi strada?
Lavoro in questo settore da dieci anni. All’inizio c’è stato un grandissimo scetticismo, atteggiamento tipico quando si tratta di nuove tecnologie. Allora si cercava di spiegare il concetto di connessione degli oggetti e come questo potesse essere d’aiuto alle persone e alle aziende. È stato difficile, ma devo dire anche che questo tipo di difficoltà è molto comune: mi ricorda il 1994, quando ho descritto l’uso delle e-mail ad una nota azienda di altissima tecnologia e la risposta è stata che era perfettamente inutile perchè c’erano i fax e i telefoni. Oggi viene da sorridere pensando ai fax… Verso il 2012, quando c’è stato il boom, ci si aspettava che tutto fosse connesso nel giro di due anni e come spesso succede, le previsioni erano troppo ottimiste nel breve periodo e troppo pessimiste nel lungo. Ad oggi le cose veramente connesse sono davvero poche, ma non significa che siamo davanti ad un fallimento.

Come vede lo sviluppo dell’IoT nel mondo e in particolare in Italia?
Lo sviluppo dell’Internet of Things dipende dallo sviluppo del business model che si vuole adottare. L’IoT è una terminologia che va anche un po’ spiegata, nel senso che a volte la si usa per descrivere cose già esistenti: l’aria condizionata, come la concepiamo oggi, esisteva già 50 anni fa, oppure la tecnologia che ti avvisa quando fare la manutenzione dell’auto. Per questo ritengo che il termine sia spesso usato impropriamente. Se invece prendiamo l’IoT nel senso proprio della parola, per esempio il frigo che ordina le uova bio quando finiscono e magari si accorda con il frigo del mio vicino per acquistare le uova ad un prezzo più vantaggioso, un concetto del genere può sopravvivere solo con un business model che oggi non c’è. Supponiamo che io sia una grande catena di frigoriferi italiani e che dia un usufrutto gratuito a tutti coloro che hanno la carta fedeltà del mio supermercato: chiaramente è un investimento molto pesante (pensiamo al costo di 400 mila frigoriferi), ma come supermercato posso estrarre una serie di dati sui consumi dei miei clienti e questo mi permette non solo di fare un’offerta commerciale mirata, ma anche di ottimizzare la logistica e i miei acquisti. Oppure, si può benissimo immaginare un nuovo attore, intermediario tra i consumatori e i produttori, che gestisce delle piattaforme di acquisto, ricevendo ordini dal mio frigo e facendo, sostanzialmente, il broker verso i produttori locali.

Ex direttore tecnico di IoT-A, progetto-faro dell’UE. Di cosa si tratta e cosa è stato fatto?
Il progetto nasceva nel 2009 quando l’Internet delle cose iniziava ad essere visibile. Si capiva che i campi di applicazione dell’IoT nella tecnologia erano pressoché infiniti e soprattutto non limitati ad uno specifico settore. È emersa l’esigenza di avere un piano, un modello, una grammatica per far parlare i vari sistemi. A quei tempi se, per esempio, come azienda sviluppavo un sistema che andava bene per il settore wellness e volevo riutilizzare la stessa tecnologia per la logistica, c’erano dei problemi. Era necessario un sistema IoT che mettesse in collegamento le applicazioni esistenti con quelle nuove senza per questo dover rivedere tutto nel caso una di queste applicazioni venisse cambiata. È un’idea che è piaciuta moltissimo alla Comunità Europea che ha finanziato questo progetto con più di 18 milioni di euro. È stato il primo progetto al mondo che ha cercato di unificare i vari campi dell’IoT per fare sì che tutte le tecnologie potessero essere utilizzate nei settori più disparati. L’immagine emblematica utilizzata per questo progetto era quella dell’albero: le tecnologie erano le radici e le foglie i campi di applicazione. Il tronco dell’albero permetteva che le radici portassero i dati alle varie foglie con un’unica connessione.

Parla di rete come di un “grafo”: qual è l’implicazione pratica?
Il grafo è un concetto preso in prestito ai matematici. Si tratta di un modello formale in cui esistono “nodi” e “archi” che li collegano. Abbiamo scoperto che le caratteristiche e le dinamiche che regolano i percorsi all’interno di un grafo ci aiutano a comprendere con grande immediatezza il modo in cui comunicare in maniera efficace, organizzare il lavoro di chi produce e cura contenuti, comprendere il modo in cui le persone ridistribuiscono ciò che è stato comunicato loro.

Che ruolo ha avuto l’Italia in questo progetto e di cosa sta beneficiando?
Al progetto ha partecipato l’Università di Padova, La Sapienza di Roma e il Consorzio Ferrara Ricerche. L’idea è nata nell’ambito europeo e poi c’è stata una grande partecipazione industriale tedesca, francese, inglese, etc. Quanto ai benefici è difficile parlarne adesso, perché solitamente dalla scoperta al reale utilizzo passa sempre del tempo. IoT-A è di grandissima ispirazione a moltissime aziende, non italiane purtroppo. La Bosch, per esempio, quando assume personale nel settore IoT, per prima cosa fa leggere il manuale IoT-A al neoassunto.

Che obiettivi ha IoT Italy come associazione di categoria di un settore innovativo e in evoluzione come questo?
In primis l’associazione vuole fare sistema tra le aziende italiane. Nonostante siamo un po’ indietro rispetto agli altri Paesi, abbiamo anche noi delle eccellenze che hanno ricevuto riconoscimenti internazionali molto importanti. Il tessuto industriale italiano è fatto di aziende medio-piccole e per un’azienda di questo tipo è sempre difficile farsi sentire. Se Mitsubishi presenta un nuovo prodotto viene subito riconosciuto, mentre un’azienda di venti persone ha chiaramente più difficoltà. In seconda istanza, come associazione, vogliamo creare le condizioni di incontro per le aziende operanti in Italia, anche se straniere, questo proprio perché oggi il mercato è aperto e sarebbe riduttivo limitarsi alle aziende solo italiane. Lo scopo è far conoscere i prodotti italiani all’interno del territorio: cosa non così scontata. Infatti, lavoriamo molto per pubblicizzare l’IoT in Italia, attraverso degli eventi mirati ad un target ben preciso, raccontiamo sia storie di successo che di insuccesso, fondamentali per l’apprendimento delle best practice. L’associazione, avendo un know how e un patrimonio di relazioni, può aiutare l’azienda nel processo di internazionalizzazione. Infatti ogni Paese ha le sue regole: fare affari con un giapponese, per esempio, è davvero molto difficile se non costruisci una relazione con le persone per almeno due anni.

Lo sviluppo dell’IoT, secondo lei, richiede anche un cambio di modello di business? Se sì, in che termini? E soprattutto, vale per tutte le aziende?
Non è valido per tutti. Internet per esempio ha creato tanti modelli di business che poi sono scomparsi. Ma diversi sono nati e molti si sono evoluti. Il settore viaggi, per esempio: quando è stata infatti l’ultima volta che ha prenotato in un’agenzia? Un settore che sta crollando perché Internet ha stravolto certi parametri. Succederà sicuramente anche per l’IoT. Dire quando succederà è molto difficile. Di sicuro sono tecnologie che si svilupperanno prima in altre aree, come la Francia, che è già avanti sia dal punto di vista del mercato consumer che delle aziende.

Ci sono dei settori che secondo lei sono destinati a scomparire con lo sviluppo di questo mercato? E quali a nascere e/o crescere?
Nasceranno tutte le aziende virtuali che connetteranno gli oggetti. Immaginiamo un’azienda che metta in contatto i frigoriferi e i produttori (come descritto nell’esempio precedente): questa non avrà il costo dell’edificio, la logistica, etc., e come modello di azienda avrà un grande successo. Dal punto di vista industriale l’IoT si troverà di fronte a due possibilità: la prima è rifare “meglio” i prodotti, connettendo le varie fasi produttive e personalizzandoli (con le auto succede già: posso scegliere il pantone del colore della mia auto per esempio); la seconda è costruire dei nuovi prodotti. Nell’industria ci sono dei prodotti, oggi, che non possono essere più pensati in termini di possesso ma di uso che se ne fa. Prendiamo un trapano (in casa si usa una volta all’anno o comunque poche volte) e supponiamo che mi sia costato cento euro: si evince chiaramente che il costo per un buco sarebbe molto alto. Se in un condominio di dieci famiglie esistono dieci trapani, è evidente l’alto grado di spreco. Sarebbe ben diverso, invece, se l’azienda produttrice di trapani cominciasse a pensare nell’ottica di monetizzare l’uso, magari attraverso un app sul telefonino che gestisca il costo dell’uso del trapano a tempo. Queste aziende di intermediazione per ora non esistono, ma gli oggetti connessi danno dei dati che possono essere utilizzati dall’azienda per capitalizzare altri aspetti dello stesso prodotto.

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