SMART CITY – SVILUPPO UMANO, SOCIALE, ECONOMICO ED AMBIENTALE, GLI ASSET DELLA SMART CITY

SMART CITY – SVILUPPO UMANO, SOCIALE, ECONOMICO ED AMBIENTALE, GLI ASSET DELLA SMART CITY

Intervista a Bernardo Centrone, Consulente e Business Development Manager

Doha, capitale del Qatar completerà nel 2018 il progetto smart city, che ha tra le sue priorità creare equilibrio fra tradizione e ambiente, migliorando nel contempo la qualità di vita degli indigeni e di coloro che arrivano lì per lavorare.

La capitale del Qatar, una città molto lussuosa come la maggior parte delle città del Qatar, come si sposa il lusso con la città intelligente?
Doha ha deciso di lanciare un piano che ha chiamato Qatar National Vision 2013. Il nome esprime una visione nazionale che la dice lunga sulla portata del progetto e il loro modo di pensare. Per noi italiani avere una vision nazionale è sicuramente una cosa sconosciuta.
Doha è una città avanzata ma convive anche con delle differenze sociali ed economiche molto evidenti. La città va verso un’evoluzione che vuole garantire prima di tutto un alto livello di qualità della vita sia per gli indigeni, che per tutti coloro che arrivano come turisti o che si trasferiscono a lavorare. Su questo hanno le idee molto chiare. L’evoluzione non può prescindere da alcuni elementi:
• Modernizzare ma mantenendo le loro tradizioni.
• Analizzare gli scenari futuri considerando che il petrolio prima o poi finirà, quindi scoprire un modello economico differente.
• Prestare attenzione ai cosiddetti “espatriati”, cioè chi arriva per lavoro e per turismo.
• Creare un equilibrio tra lo sviluppo economico e la gestione dell’ambiente.

Come si colloca la Smart City in questo contesto?
Hanno un piano molto chiaro di sviluppo, supportato da una disponibilità finanziaria enorme, ma hanno anche delle differenze sociali importanti da gestire. I pilastri di questa strategia sono: sviluppo umano, sociale, economico e ambientale. Vogliono mantenere un equilibrio tra questi elementi. È qui che la smart city entra in gioco, come capacità tecnologica innovativa da una parte e nuova disponibilità di servizi a disposizione dei cittadini dall’altra. È un progetto che metterà insieme software, connettività, sensori, reti cloud e machine to machine per connettere diversi elementi di infrastrutture, per condividere i dati e fornire tutto questo a dei sistemi di gestione che controllano il tutto. È quanto di più ampio possiamo immaginare.

Perché proprio Doha è diventata “capitale” delle città intelligenti? O quali fattori le hanno permesso di diventarlo?

Nel 2022 ci saranno i mondiali di calcio nel Qatar con un investimento di 120 miliardi nei quali sono compresi diversi progetti sulla smart city. C’è una società nel Qatar che si chiama Meeza che ha la missione di fornire servizi di information technology a tutta l’area del Medio Oriente e Nord Africa, un’area in cui non esistevano le infrastrutture. Questo per dire che gran parte delle innovazioni hanno anche una certa facilità di inserimento, perché sono da costruire ex novo e non in sostituzione o implementazione. Questo ha prodotto una proliferazione di progetti legati alla smart city, numericamente superiori a quelli europei, se ci pensiamo è un paradosso, visto che la tecnologia la importiamo dall’Europa.

Quali sono i progetti in atto che vanno nella direzione della smart city?
Il progetto, che è in fase di sviluppo e che sarà completato nel 2018, comprende diverse aree: smart operation, ovvero la gestione intelligente degli edifici, per esempio è prevista la costruzione di un distretto sia abitativo civile che industriale dal nome Msheireb, che avrà una serie di accorgimenti come: controllo sicurezza video, gestione dell’illuminazione, controllo accessi, allarmi antincendio, gestione dei rifiuti, etc.. Per esempio per la gestione dei rifiuti si inseriscono dei sensori all’interno dei bidoni che avvisano quando sono pieni, in questo modo il camion passa solo quando ha raggiunto il livello massimo per essere svuotato.
La seconda area di sviluppo riguarda le smart application, soprattutto quelle destinate al cittadino, per servizi legati per esempio al trovare il parcheggio piuttosto che conoscere il meteo, o il traffico. Servizi che possono essere gestiti sia dal governo locale oppure dai fornitori stessi della tecnologia, in quest’ultimo caso si ha anche una maggiore suddivisione dell’investimento. Della smart city fa parte anche la geolocalizzazione indoor. A causa delle alte temperature hanno dei centri commerciali molto ampi tale per cui si rende necessaria la geolocalizzazione indoor, per trovare un negozio o la posizione di una persona.
Poi c’è tutta la parte legata all’energia. In quelle zone l’urbanizzazione è straordinariamente alta, perché più dell’80% della popolazione vive in città, in quanto, il resto del territorio è deserto. Quindi il problema della gestione intelligente dell’acqua e dell’energia è molto importante.
Infine, abbiamo le infrastrutture di controllo remoto: data center in grado di gestire questa mole di dati in modo da dare informazioni a chi la gestisce.

Una città connessa vuol dire anche maggiore sicurezza…
La sicurezza è uno dei problemi che si pone contemporaneamente alla possibilità di essere tutti connessi, per una smart city è ancora più critica perché spesso i sensori utilizzati all’interno della città sono costruiti non pensando alla sicurezza. Mi viene in mente l’attacco in America di un hacker a delle semplici telecamere, che creò non pochi problemi. L’altra
questione da considerare è che questi sensori non hanno un’intelligenza così evoluta, perché non hanno molte possibilità di raccogliere dati. Una soluzione sarebbe costruire queste tecnologie già pensando al problema sicurezza e non adattarle dopo averle prodotte.

In che modo la tecnologia si sposa con la parte più green e sostenibile del paese?
Non esistono posti al mondo dove c’è una convergenza tra i capitali finanziari, la politica ed investimenti esteri per garantire questo. La tendenza in questi paesi è che sono in grado di farlo. Poiché attraverso i loro capitali attraggono know how estero. Aziende che si insediano portando nuove skill ma che devono attenersi alle linee del Paese. Dubai, il Qatar stanno diventando l’head quarter dello sviluppo economico. L’obiettivo a lungo termine è quello di creare nuovi modelli economici che non dipendano dal petrolio, creare dei centri come hanno già fatto a Dubai, con un modello che non si basa più sul petrolio ma su tutto il resto: tecnologie, innovazione, ricerca e sviluppo e turismo. L’idea è costruire dei centri di sviluppo economico commerciali a livello turistico come Parigi, Londra.

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