POLIMI – Il cloud nell’era del 5G: aumenta il divario tra PMI e grandi imprese

POLIMI – Il cloud nell’era del 5G: aumenta il divario tra PMI e grandi imprese

Le PMI indietro con la tecnologia cloud, troppa diffidenza e mancano le competenze

Nonostante la diffidenza delle PMI, il mercato cloud in Italia è in crescita: nel 2019 vale 2,77 miliardi di euro. Il cloud scardina il modo tradizionale di gestire le tecnologie in azienda, passando da un modello proprietario alla fruizione di un servizio in cui l’ago della bilancia, da un punto di vista tecnico, si sposta fortemente verso il fornitore. Il cloud non è più un luogo dove immagazzinare i dati senza doverne gestire l’operatività. Oggi si tratta di avere a disposizione servizi sofisticati e pre-configurati per tutti i principali trend dell’innovazione digitale, dall’Artificial Intelligence, ai Big Data Analytics e l’Internet of Things.

Partiamo da una domanda cruciale: come è visto il cloud dalle aziende italiane e come si approcciano a questa tecnologia?
Quando si parla di cloud e di digitalizzazione in generale, bisogna differenziare tra grandi imprese e PMI. Nelle grandi imprese italiane, la consapevolezza sull’importanza del cloud nelle strategie digitali è ormai matura. Il cloud è visto come una tecnologia che abilita l’innovazione,riducendo le barriere all’ingresso di costo e competenze, e incrementa l’agilità del business, garantendogli quel grado di flessibilità ai cambiamenti richiesto dai mercati di oggi, sempre più turbolenti e dinamici. Infatti, circa l’84% delle grandi imprese ha ormai adottato almeno un servizio cloud. Nelle PMI, l’adozione si attesta invece a livelli molto ridotti e, nonostante si denoti una sempre maggiore consapevolezza rispetto alle opportunità offerte da questa tecnologia, la mancanza di competenze e le diffidenze tipiche, come quelle sulla sicurezza o sull’affidabilità della rete, frenano questa ondata di trasformazione.

A quanto corrisponde il mercato del cloud in Italia?
Secondo le stime dell’Osservatorio, il mercato cloud italiano, inteso nella sua accezione pura di Public e Hybrid Cloud, prosegue la sua crescita anche nel 2019. Il suo valore è di 2,77 miliardi di euro nell’anno in corso. Si conferma dunque un trend molto rilevante nella spesa ICT delle imprese italiane.

Oltre alle adeguate infrastrutture, quali sono le competenze necessarie per far fronte a questa innovazione?
Il cloud scardina il modo tradizionale di gestire le tecnologie in azienda, passando da un modello proprietario alla fruizione di un servizio, in cui l’ago della bilancia da un punto di vista tecnico si sposta fortemente verso il fornitore. Tuttavia, abbiamo rilevato che, con il passare degli anni e con la maturazione del fenomeno, chi si occupa di IT nelle imprese ha compreso quanto il cloud non comporti un depauperamento del proprio ruolo, ma anzi ne accresca la centralità spostandolo dalla gestione tecnico-operativa al governo strategico. Di certo è un cambio di prospettiva e di competenze non facile da perseguire per chi tradizionalmente ha ricoperto un ruolo completamente diverso. Questa trasformazione richiede nuove modalità di lavoro, orientate all’agilità, e nuove competenze da acquisire attraverso opportuni percorsi di formazione e assunzione di nuove professionalità. Le aziende devono ave re visione su questo, guidando dall’alto un percorso di cambiamento che coinvolga tutte le figure aziendali.

Tra le nuove tecnologie sta prendendo piede il 5G. Che rapporto c’è con il cloud?
Certamente la rete è sempre stata una delle maggiori preoccupazioni nell’adozione del cloud e una criticità strutturale del sistema Paese italiano. Il problema che si sono sempre poste le imprese, soprattutto le PMI estremamente dislocate sul territorio, è fruire delle applicazioni più importanti per l’azienda in cloud. Significa che al minimo disservizio della rete, non sarà più possibile accedervi e dunque il business risulterà interrotto, con gravi conseguenze ad esempio sul fatturato. Avere una rete ad alte prestazioni ben distribuita sul territorio può essere un elemento chiave per favorire una maggiore pervasività del cloud nel panorama ICT italiano e in generale per dare una spinta alla digitalizzazione del Paese.

Il cloud, fino a poco tempo fa, veniva visto come un grande serbatoio di dati. Oggi invece con l’IA si parla della sua applicazione nel language processing, demand forecast, manutenzione predittiva, imageprocessing, chatbot. Quali sono le applicazioni più diffuse nelle aziende?
Questo cambio di prospettiva fa parte della maturazione del mercato cloud italiano. Non si tratta più di un luogo dove immagazzinare i dati senza doverne gestire l’operatività. Oggi si tratta di avere a disposizione servizi sofisticati e pre-configurati per tutti i principali trend dell’innovazione digitale, dall’Artificial Intelligence, ai Big Data Analytics e l’Internet of Things. La competenza tecnica è del Cloud Provider, mentre l’azienda utente ha il compito di combinare le tecnologie a disposizione nel modo che meglio si adatta al proprio contesto di business e alle esigenze di processo: un elemento chiave per la rapidità nell’adozione di questi trend e dunque per la competitività sui mercati. Le offerte cloud dei grandi provider internazionali mettono a disposizione funzionalità per lo sviluppo di chatbot, per il riconoscimento delle immagini e dell’audio, oggi molto ricercate, generando grandi opportunità per nuovi mercati digitali. Pensiamo ad esempio agli assistenti vocali che stanno spopolando anche nel mondo consumer.

Il cloud è alla base della digital transformation. Le aziende italiane sono consapevoli di quanto potrebbero aumentare efficienza e fatturato adottando per esempio progetti di AI e Industria 4.0?
Possiamo dire che oggi questa consapevolezza sia ormai consolidata, tuttavia le aziende necessitano di studiare e promuovere strategie integrate per l’evoluzione della tecnologia e della cultura aziendale. Se il mercato dell’offerta cloud è ormai pronto per supportare le più varie esigenze di digitalizzazione, sono le aziende utenti a dover fare il grande passo nel rendere le proprie persone pronte a recepirle.

Qual è il consiglio che darebbe ad un’azienda che comincia ad approcciarsi all’IA?
Il percorso di scoperta e avvicinamento all’Artificial Intelligence (AI) è tutt’altro che facile e veloce, soprattutto in un Paese come l’Italia dove è meno forte l’influsso dei grandi player del mercato cloud che all’estero stanno invece trainando l’intero mercato. Per approcciare in maniera corretta questo percorso occorre porre attenzione sia agli aspetti tecnologici sia a quelli organizzativi che caratterizzano un progetto di AI. È indispensabile partire da una corretta modellazione del problema che si vuole affrontare, per identificare la soluzione di AI che meglio delle altre saprà rispondere alle esigenze aziendali. La scelta di un corretto algoritmo non è però da sola sufficiente a garantire il successo dell’iniziativa: occorre disporre di un dataset di dati adeguato in termini di qualità e quantità per le fasi di training e test del modello, a cui deve necessariamente seguire poi una fase di validazione per monitorare le performance della soluzione nel corso della sua vita operativa. A fare da supporto all’Artificial Intelligence ci deve essere un’organizzazione che segua questo cambiamento e si avvalga di approcci manageriali strutturati per sviluppare il progetto: le metodologie Agile, gli approcci Lean e tutto il mondo del Design Thinking sono solo alcune delle teorie di riferimento. È necessario dotarsi delle competenze adeguate e favorire un coinvolgimento a tutti i livelli organizzativi, spiegando, laddove necessario, che l’AI è da considerarsi un’opportunità per l’intera azienda e non una minaccia.

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